5 Gennaio 2024

Annie, o del diritto di scegliere. “L’evento” di Annie Ernaux

di Giada Di Pino

Nel 2022 Annie Ernaux ha ricevuto il premio Nobel alla letteratura

Un evento per alcuni non troppo sorprendente, data la prolificità e l’innegabile capacità di scrittura fuori dal comune di questa autrice. In Italia i suoi libri ci sono arrivati tramite le bellissime ed eleganti edizioni de L’Orma, la casa editrice romana nata nel 2011 a cui si deve la scoperta di Ernaux, e la nostra redazione ha già recensito uno dei suoi libri più famosi, La donna gelata. 

La scrittrice francese è nota al grande pubblico per il successo che hanno avuto testi come Gli anni, Una donna, Memorie di ragazza, L’altra figlia. La conosciamo perché in molti dei suoi romanzi l’essere donna è il fulcro della narrazione. La conosciamo, nello specifico di questa recensione, per un libro di cui si è tanto parlato e che tanto ha dato modo di parlare: L’evento.

Pochi temi sono attuali e spinosi come l’aborto. Pochi eventi sono difficili da gestire per una donna come una gravidanza indesiderata. Soprattutto negli anni Sessanta. Soprattutto se si è giovane e studentessa. Soprattutto se vissuto in una società pronta sempre a giudicare, a puntare il dito. Senza assistenza. Senza aiuti. Senza nessuno accanto. 

Costretta a scegliere tra il proprio futuro e la vita della creatura che, purtroppo o per fortuna, porta in grembo.

Annie Ernaux al Taormina Book Festival 2023

La storia che Ernaux racconta è la sua. L’universitaria proveniente da una famiglia operaia, che fa di tutto per mantenere la figlia brillante e appassionata di letteratura a Parigi e darle, così, un futuro migliore, è lei stessa

L’evento che viene narrato in questo breve romanzo e che minaccia di distruggere ciò che ha costruito, è dunque frutto di un’autonarrazione. Restare incinta a 22 anni è facilissimo, oggi come allora. Con la differenza che, se parliamo degli anni Sessanta, si punta il dito verso la mancanza di educazione sessuale, l’ignoranza, la scarsa reperibilità degli anticoncezionali, mentre oggi chi sceglie di abortire viene spesso accusato di semplice superficialità

Una colpevolizzazione diversa, dunque, poiché diversa è la società, ma una colpevolizzazione che dovrebbe comunque essere distribuita tra le parti in causa. Chi ne fa le spese, invece, il più delle volte è solamente la donna.

La sofferenza dell’autrice per ciò che ha vissuto trapela dalle pagine del racconto, invade e pervade i lettori e ancor più le lettrici, che si ritrovano, loro malgrado, a indossare gli stessi panni di Annie, a vivere con lei la disperazione di aver bruciato il proprio futuro, a provare la sensazione di non avere vie d’uscita, un’ancora a cui aggrapparsi, e ciò avviene non solo per la crudezza della vicenda, ma anche per la bravura della scrittrice.

Leggere Ernaux significa vivere con Ernaux, un’autrice che non ha filtri, che non usa edulcorazioni di sorta, che raramente si sofferma su giri di parole, perché non ha timore di chiamare ogni cosa col suo nome. Che, quando descrive ciò che avviene durante l’aborto, quando descrive il bambino che esce ancora informe dal suo ventre, ce lo mostra in tutta la sua vividezza, in tutta la sua realtà. Con distacco. Con una precisione e un realismo che, per rimodulare le parole di Carlo Bo, sembra voler «affondare il bisturi» nella concretezza dell’evento, nella carnalità di un feto, di una creatura, che esce a forza dal grembo di sua madre e viene gettato nello scarico. Bello detto così, eh? Crudele.

Questo romanzo di Ernaux ha portato, e porta anche noi, a diverse considerazioni da parte delle più disparate voci, a cui, a questo punto, mi unisco. Non tanto per prendere una posizione, ma per proporre una riflessione diversa, per dare, una volta tanto, un punto di vista che non sia politicamente schierato. Che non sia, quanto meno, manicheo.

E per cercare, infine, di dare una chiave di lettura di questo meraviglioso e terribile romanzo che sia, per una volta, priva di strumentalizzazioni di sorta. Perché credo che sia necessario porre la massima attenzione quando si scrive di letteratura, poiché per rendere onore a un testo bisogna guardarlo con occhi limpidi, cristallini, evitando di assoggettarlo alle idee e alle ideologie di chi lo interpreta.

Vivere ciò che ha vissuto Annie è terribile. Non è solo un evento. È un trauma. È qualcosa che segna una donna nel profondo, e che sicuramente avrà segnato anche la scrittrice. Profondamente e irrimediabilmente. E per molte motivazioni. 

Prima fra tutte, il giudizio, l’occhio sociale, l’essere stata guardata con disprezzo, allontanata da coloro a cui chiedeva aiuto, trattata come una poco di buono, una donna facile, indipendentemente da uomini come da altre donne. Siamo negli anni Sessanta, come dicevamo. In Francia. 

Ancora certe questioni, certi diritti, non erano neanche contemplati. Ancora l’egida del cattolicesimo vigeva su usi, costumi e coscienze in un modo che oggi forse non riusciamo a immaginare. Era ancora la società del buoncostume, la società del dopoguerra, la società del boom economico, ma pur sempre fortemente patriarcale. Le donne da un lato lottavano per conquistare i loro diritti, il loro futuro, la parità, dall’altro aspiravano ancora alla protezione dell’uomo, del marito, alla sicurezza della casa, dei figli. Erano scisse in sé stesse, come appartenenti a un genere e come individui. Lottavano, ma si trovavano in una fase di transizione. 

In realtà, tutte le epoche sono fasi di transizione. Tutte le rivoluzioni culturali avvengono lentamente, per piccole conquiste, per ampi respiri che si alternano a brusche accelerate. 

Ed è giusto che sia così.

Dunque, il primo grande nemico, il primo mostro che Annie affronta, è la società in cui si trova immersa, che la rifiuta e la ostacola, molto più feroce e accanita di quella in cui viviamo oggi. 

Una società con cui si sarebbe trovata a combattere indipendentemente dalla scelta di abortire o meno. Perché il giudizio avrebbe pesato sulla sua testa già per il solo fatto di aver avuto rapporti sessuali occasionali prima del matrimonio.

fonte: Neodemos

Il secondo mostro che la Ernaux si ritrova a combattere è figlio per partenogenesi del primo: la solitudine. In una società in cui tutti ti giudicano, nessuno ti sta accanto. 

Neanche coloro che apparentemente sembrano volerti aiutare. 

Perché, inevitabilmente, anche per loro sei marchiata. Annie vive quei terribili cinque mesi senza poter raccontare alle persone che amava e alla sua famiglia ciò che le stava capitando. Senza poter avere accanto gli affetti, pena l’essere giudicata e probabilmente ostracizzata anche da loro. 

Infine, in una società siffatta, in una situazione di emarginazione come quella che Annie vive, c’è la quasi totale mancanza di assistenzialismo per le donne che decidono di abortire. 

Ed è questo che, a una lettura attenta del testo, la scrittrice denuncia.

L’aver dovuto ricorrere a mezzi di fortuna, affidarsi alle mani di una donna che a mala pena aveva qualche nozione infermieristica, che l’ha “operata” in casa sua, dietro compenso, col rischio di morire dissanguata, perché «oramai il bambino è troppo grande», perché gli ospedali, i medici non si prendevano la responsabilità né fisica né morale di provocare un aborto. Perché nella Francia degli anni Sessanta abortire era qualcosa di socialmente inaccettabile, ma soprattutto era illegale.

Questo è quello che Ernaux denuncia. Il suo libro, al contrario di come è stato da molti inteso, non è un inno all’aborto, ma una denuncia verso le condizioni a cui le donne che sceglievano di abortire erano costrette. È vero, nelle conclusioni lei afferma che se non fosse stato per quella scelta di allora la sua vita sarebbe stata molto diversa. Con molte più difficoltà, probabilmente. Ed è sicuramente un dato di fatto

Ma è altrettanto vero che ciò che muore con l’aborto è una vita. È altrettanto vero che ciò che Annie, così come tante altre donne come lei, ha subito scegliendo di abortire, e nel modo in cui ha dovuto farlo, è un trauma. Perché ciò che è uscito dal suo ventre, coperto di sangue e con le fattezze, sebbene ancora abbozzate, di un bambino è un essere vivente. E la crudezza, la spietatezza con cui la Ernaux descrive il feto, il “parto” improvvisato nei bagni del collegio, il sangue e il corpicino che le cade tra le mani denunciano proprio questo: la spietatezza della morte.

fonte: Fondazione Onda

Una morte causata dall’abbandono. L’abbandono di una ragazza che ha commesso un errore, sia questo dovuto alla leggerezza, alla superficialità o all’ignoranza sue o del mondo in cui viveva, poco importa. 

Oggi viviamo in un mondo diverso. Più aperto, più comprensivo, più accondiscendente. Un mondo in cui la strada per raggiungere pienamente tanti diritti è ancora lunga, un mondo che certamente si muove verso un progressivo miglioramento per quanto concerne il riconoscimento dei diritti umani. Ma è necessario fare una differenza tra l’avere accondiscendenza e il reputare giusto qualcosa. 

La morte può mai essere giusta? La pena di morte è stata abolita. Guai a schierarsi a favore di essa. Perché il diritto alla vita esiste. 

Il diritto a poter scegliere di abortire e a farlo nella massima sicurezza è giusto. Ed è fondamentale nella società in cui viviamo oggi. Tuttavia, è fondamentale anche avere il diritto e il dovere di farlo con coscienza, sapendo che ciò a cui si mette fine è una vita

In L’evento viene facile immedesimarsi in Annie. Anzi, è inevitabile. Perché è difatti ciò che la scrittrice, con la sua prosa inclemente e d’impatto, vuole. E nel feto che si è aggrappato con tutte le sue forze al ventre di sua madre, in quel bambino che non moriva, chi si immedesima?

Si è visto che per mezzo di determinate sostanze e all’interno di una terapia guidata si può regredire fino a prendere coscienza di traumi che si sono vissuti nell’utero materno (vedi il saggio di Michael Pollan Come cambiare la tua mente, Adelphi, Torino 2022). Se ciò è possibile è perché, a quanto pare, anche quella è una fase fondamentale della nostra vita, come già affermava Otto Rank agli inizi del ‘900. In cui, quindi, noi siamo vivi. E in cui, di conseguenza, siamo passibili di morte. E dunque?

E dunque, quando scriviamo, quando parliamo, quando prendiamo una posizione su questioni così importanti, così vitali, è necessario stare attenti.

Quando si parla di L’evento di Annie Ernoux come di un testo che propugna la sacralità del diritto all’aborto, dobbiamo stare attenti. Semmai, sarebbe opportuno parlare di questo libro come di un testo che pone il problema dell’aborto, ma soprattutto del diritto a poter scegliere, in un senso o nell’altro, e a farlo in sicurezza e senza il giudizio della società. Il che sappiamo tutti bene essere un’utopia.

Che si parli di aborto, di eutanasia, di orientamento sessuale, il diritto vero e cardine che ognuno di noi deve assolutamente avere è il diritto di scegliere

E di scegliere come vivere. E di vivere.

© Riproduzione riservata.

Il nostro giudizio

Giada Di Pino

Ha lavorato presso la Leonida Edizioni, ha frequentato il Master in Editoria della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori e ha svolto uno stage presso Il Saggiatore. Oggi lavora come editor freelance e come insegnante. 

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