11 Aprile 2024

La coscienza di una donna: Povere creature di Alasdair Gray

di Pietro Russo

Naturalmente, un manoscritto. Naturalmente risalente all’inizio del Novecento. Dunque, con un palato di lettore svezzato dalla nobilissima schiatta del romanzo europeo di XIX e XX secolo, possiamo dire che la vorticosa narrazione di Povere creature (orig. Poor things) di Alasdair Gray, edito da Safarà (trad. Sara Caraffini), è un congegno impeccabile di grazia stilistica, sense of humor (very british!), totale padronanza dell’antichissima arte di raccontare una storia. Nell’epoca delle caverne Gray sarebbe stato uno sciamano dell’affabulazione intorno al fuoco, invece nel 1992, anno in cui è uscito il libro, ce lo immaginiamo più sobriamente davanti al caminetto di una tenuta scozzese intento a sorseggiare un whisky o un brandy d’annata. E così la storia di Bella Baxter, alias Victoria McCandless, ci catapulta nella Glasgow di fine ’800, periferia del vasto impero britannico, attraverso strade umide e acciottolate dove si alternano carrozze e flâneurs dal passo indolente, nonché dentro le fredde aule del mondo accademico, versante medico-scientifico.  

La verità è che questa storia è troppo pionieristica, quasi ai limiti della fantascienza (e lo diciamo senza avere ancora visto il film), per un approccio narrativo lineare al quale si preferisce invece il cortocircuito tra più tempi – quello della fabula, quello della cornice e, non ultimo, quello del lettore – come garante della prospettiva storica. È chiaro che, con le lenti di un fruitore del 2024, il romanzo di Gray strizza l’occhio al movimento globale di rivendicazione dei diritti della donna, ma Povere creature è molto più di questo. Prima di tutto, è un romanzo sull’emancipazione di una donna a partire dall’incontro accidentale, e quindi necessario, con un “padre” per niente padrone e più vicino a una divinità buona (Godwin Baxter); in secondo luogo è un romanzo sulle paure e sulle ipocondrie del maschile; infine è un romanzo geniale. Non per forza in quest’ordine. 

Cruikshank, George, The Rights of Women, or the Effects of Female Enfranchisement, 1853, The Stapleton Collection / Bridgeman Images

Il punto di vista narrativo è quello delle Memorie del dottor Archibald McCandless – uno dei tanti piccoli maschi che costellano il romanzo –, stampate a proprie spese e senza guizzi di fantasia intitolate Episodi della gioventù di un funzionario scozzese di salute pubblica. Tuttavia, nella parte centrale, con un escamotage narratologico la parola viene lasciata alla voce baritonale di Baxter, che a sua volta si fa lettore delle missive di Bella che arrivano da Odessa, Alessandria, Gibilterra, Parigi. È qui che assistiamo alla trasformazione, ovvero all’evoluzione della coscienza della protagonista che passa per una smodata frenesia sessuale in alcuni episodi di tragicomica memorabilità; laddove, beninteso, questa sessuomania è chiaramente misura e metodo di una conoscenza del mondo senza filtri sociali. E dunque immaginatevi la poca esperienza e quindi l’incontaminata purezza del cervello di una bambina nel corpo di una donna attraente, e avrete Bella alle prese con un coté maschile che le orbita attorno come farebbe un pianeta attorno a un astro irraggiungibile e imprendibile. 

Adesso Bella […] possiede tutte le capacità di recupero dell’infanzia unite alla statura e alla forza di una donna adulta. Il suo ciclo mestruale è perfettamente regolare sin dal giorno in cui ha aperto gli occhi, quindi non le è mai stato insegnato a considerare il proprio corpo come qualcosa di sporco o a temere ciò che desidera. Non avendo imparato la codardia quando era piccola e oppressa, ora usa le parole per esprimere quello che pensa e prova, non per nasconderlo, così è incapace di commettere le azioni malvage legate all’ipocrisia e alla menzogna, cioè quasi tutte le azioni malvage. Tutto ciò che le manca è l’esperienza, soprattutto quella di prendere decisioni. (pp. 84-5)

Il mistero di Bella, vale a dire ciò che rende questa donna unica nel suo “genere”, non si lascia infatti possedere da alcuno. Né tantomeno il mistero di Bella può coincidere con il segreto di Godwin Baxter. Nonostante la citazione-omaggio del Frankstein di Mary Wollstonecraft Godwin (esatto, proprio così!) non sia certo casuale, la Bildung della protagonista di Gray supera gli stereotipi del genere fantastico per assumere una straordinarietà esemplare: «Voi trovate il mondo orribile, Bell[a], perché nessuna educazione appropriata vi ha deformato fino ad adattarvi a esso» (p. 180). Se la coscienza di Bella è quindi una tabula rasa, allora la sua identità è il risultato delle relazioni che lei instaura, quasi tutte imperniate su dinamiche di potere del genere maschile. Il quasi epilogo pirandelliano da Così è (se vi pare) è però scongiurato da un’improvvisa (ma non inaspettata) accelerata della coscienza di Bella/Victoria che denota non tanto orgoglio di genere, quanto piuttosto la consapevolezza di essere una “creatura” portatrice di una alterità irriducibile alle convenzioni borghesi e del maschio. La resuscitata Bella Baxter, o la futura Victoria, sposa del dottor McCandless, lungi dal divenire «colei che mi si crede», si scopre essere in verità un’altra donna rispetto a quanto creduto da tutti. In primis dal lettore, se è vero che al manoscritto segue naturalmente prima un’appendice che ribalta la narrazione del «funzionario scozzese di salute pubblica» e quindi la verità della storia stessa, e infine, sempre naturalmente, le postille storico-critiche di un Alasdair Gray che sghignazza sornione e compiaciuto nella sua dimora di Glasgow, con tanto di whisky o brandy in mano.

© Riproduzione riservata.

Il nostro giudizio


Potrebbe interessarti: