28 Aprile 2024

La scuola come specchio (del malessere) della società. “La sala professori” di Ilker Çatak

di Michelangelo Caponetto

Carla Nowak (una bravissima Leonie Benesch, già apprezzata ne Il nastro bianco di Michael Haneke, nonché in serie Netflix di una certa popolarità come The Crown) è una giovane insegnante di una scuola media tedesca, entusiasta del proprio lavoro, che nelle sue lezioni di matematica ed educazione fisica pone sempre al centro il rispetto reciproco e la capacità di stabilire relazioni costruttive con gli alunni. Tuttavia, quando esce fuori dall’aula e si aggira nei corridoi e nei locali della scuola appare impacciata, l’andatura un po’ meccanica tradisce una certa insicurezza, che si traduce in interazioni spesso rigide e a tratti brusche con i colleghi, dei quali non condivide gli atteggiamenti e i metodi di insegnamento. Non sembra, infatti, del tutto integrata nel corpo docente, non accettata per la sua tendenza a isolarsi e probabilmente anche per la sua origine polacca

I contrasti si acuiscono quando degli studenti della sua classe vengono sottoposti a un interrogatorio allo scopo di scoprire i responsabili di alcuni furti che si stanno verificando a scuola. La professoressa Nowak si schiera dalla parte degli alunni e disapprova i metodi dei colleghi e della preside, che, seguendo una politica di “tolleranza zero”, istigano i ragazzi alla delazione nei confronti dei loro compagni, fino a quando i sospetti su un alunno immigrato si rivelano chiaramente viziati dal pregiudizio e quasi certamente privi di fondamento. Carla rifiuta il clima di diffidenza e i metodi inquisitori che conducono a conclusioni affrettate e sommarie. Come vediamo nelle sue lezioni di matematica, lei crede fermamente che ogni affermazione debba essere dimostrata, traendo dai contenuti della sua disciplina un insegnamento dotato di un valore anche etico; pertanto, si propone lei stessa di fare luce sui furti sulla base di prove oggettive anziché di impressioni superficiali. Ma il suo operato, a dispetto delle buone intenzioni, scatena l’esplosione di una conflittualità sempre più violenta della quale lei stessa rimarrà vittima e che demolirà il rapporto di fiducia precedentemente costruito con gli alunni. 

L’opera del regista tedesco di origine turca Ilker Çatak, candidato all’oscar come miglior film internazionale (poi assegnato a La zona d’interesse di Jonathan Glazer), è un film intenso, che possiede la notevole  capacità di trasmettere allo spettatore una tensione sempre crescente, mantenendo costante l’attenzione, sebbene l’epilogo conclusivo non appaia, forse, del tutto convincente. Nonostante ciò, i suoi meriti sono significativi, in quanto l’opera consente di riflettere in prima battuta sulla scuola, ma allarga l’orizzonte, per lo meno a nostro avviso, a considerazioni più ampie.

Più volte il cinema ha raccontato la scuola: si pensi al celebre film di Luchetti e al più profondo La classe di Laurent Cantet, nel quale il titolo già metteva in luce l’ambiguità tra la dimensione dell’aula scolastica e le differenze sociali, di classe, appunto, che la attraversano. Questo ritornare insistentemente ad affrontarne le tematiche è indicativo di un interesse che non riguarda soltanto chi, come il sottoscritto, appartiene al mondo scolastico in quanto insegnante, ma coinvolge un pubblico più ampio. Oggi, più che in passato, la scuola rappresenta una delle poche esperienze di massa comune a tutti, al punto da essere definita una delle ultime eredità rimaste della società fordista: se nel dopoguerra la condizione sociale era contrassegnata da luoghi e attività, innanzitutto lavorative, che creavano identità condivise, simboleggiate in primis dalla grande fabbrica per l’appunto fordista (in Italia la Fiat ne costituiva il paradigma), oggi in un ambiente sociale e di lavoro sempre più frammentato, la scuola rimane ancora luogo di aggregazione che, pur con ovvie differenze, tutti quanti attraversiamo più o meno allo stesso modo; prima tutti ne facciamo esperienza diretta nell’età della nostra formazione, dopo continuiamo a esservi coinvolti in quanto genitori o comunque perché in relazione con persone che la frequentano o vi lavorano. C’è però un motivo di interesse probabilmente ancora più essenziale: la scuola ci riguarda tutti, indipendentemente dal nostro ambito professionale, perché è l’istituzione deputata a trasmettere i valori e le conoscenze fondamentali che consentono la riproduzione della nostra società. 

Proprio per questo motivo essa, nell’acuto racconto di Ilker Çatak, diviene lo specchio del malessere sociale. Una scena del film, apparentemente secondaria, manifesta questo aspetto in modo sottile e al contempo profondo: quando la professoressa Nowak consegna in classe i compiti di matematica, alcuni alunni chiedono che vengano resi noti i voti di tutti. Alla domanda dell’insegnante sul perché vogliano sapere i voti degli altri, la risposta di una studentessa è: «Per sapere dove mi colloco». L’alunna vuole conoscere la propria posizione in una sorta di classifica ed è questa la spia di un meccanismo sociale che identifica la finalità della formazione nella capacità di garantire un’efficacia prestazionale, nell’acquisire skills che consentano performance in grado di collocare chi le possiede in cima alla scala delle competenze richieste dal mercato; un quadro perfettamente aderente alla visione del capitalismo nella sua attuale fase storica, in cui, come ebbe a dire a suo tempo la premier britannica Margaret Thatcher, «La società non esiste, esistono solo gli individui». Celebre frase che offre un’icastica rappresentazione di un mondo sociale atomizzato, di individui che imparano a concepirsi come “capitale umano” in perenne competizione reciproca

Il film ha, allora, il merito di ribaltare un luogo comune spesso ingenuamente condiviso, ossia che la scuola sia un luogo “protetto”, avulso dalle dinamiche sociali più deteriori. Non è così, come la professoressa Nowak si accorgerà a sue spese; le sue azioni, sebbene compiute in perfetta buona fede, innescano un crescendo di conflitti che fanno esplodere l’equilibrio delle relazioni. Seguendo un meccanismo drammaturgico che ricorda a tratti Il Dio del massacro, il testo teatrale di Yasmina Reza, da cui è stato tratto il fortunato film di Roman Polanski, Carnage, la maschera dei rapporti costruttivi improntati alla convivenza civile rispettosa degli altri progressivamente si sgretola, rivelando nell’ambiente scolastico un fondo di violenza che degenera nella guerra di tutti contro tutti.  

Sembra, allora, che Çatak con il suo film abbia voluto compiere una diagnosi impietosa dell’ipocrisia delle società occidentali, nelle quali i valori sbandierati dalle nostre liberaldemocrazie si rovesciano nel loro opposto: il politicamente corretto risulta perfettamente compatibile con i pregiudizi razzisti, la legalità della “tolleranza zero” si rivela nient’altro che repressione, la partecipazione democratica, rappresentata dalla riunione con i genitori degli alunni, diventa rivendicazione rancorosa dei propri esclusivi interessi egoistici e persino gli studenti che intervistano la protagonista per il loro giornalino scolastico richiamano alla mente certe forme violente di giornalismo scandalistico ammantate da diritto alla libertà d’informazione. Partendo dal microcosmo dell’ambiente scolastico, La sala professori mette a nudo la crisi profonda che attraversa la nostra società, che continua a dichiararsi fiera della propria presunta superiorità rispetto ad altre culture considerate non democratiche , ma ha ormai perduto qualunque fondamento di legittimità morale. I tanto decantati valori liberaldemocratici ormai si rivelano nient’altro che una mistificazione ideologica, una versione più sofisticata del “fardello dell’uomo bianco” che a fine Ottocento, nell’età dell’imperialismo, veniva invocato per giustificare le conquiste coloniali europee sui popoli ritenuti inferiori.

Le Chaos du Monde. Hommage à Picasso, Pénélope, Francia, 2005

La sala professori con crudezza ci mette, così, di fronte alla consapevolezza che i lumi della ragione di cui l’Occidente va tanto orgoglioso sono ormai definitivamente spenti. E forse la funzione che la scuola può ancora svolgere, anziché inseguire improbabili innovazioni didattiche per lo più importate dalle pratiche della cosiddetta “cultura d’impresa”, rimane quella di far sorgere dubbi, di porre in evidenza le contraddizioni della società in cui viviamo e di consentire, grazie agli strumenti della cultura, alle menti e ai cuori dei giovani in formazione, di pensare e sentire controcorrente rispetto alle idee dominanti che oggi, come appare sempre più tristemente evidente, vengono inculcate per giustificare guerre che si vorrebbero “giuste” e inaccettabili “diritti” di Stati amici dell’Occidente allo sterminio di intere popolazioni inermi.

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Il nostro giudizio

Michelangelo Caponetto

Dal 2007 insegna Filosofia e Storia nei licei e dopo un lungo periodo di insegnamento in Piemonte è di recente ritornato a vivere a Catania.
Si interessa in particolare di marxismo e di filosofia politica, affiancando agli studi filosofici la passione per la letteratura e per il cinema.

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