23 Aprile 2022

The Lighthouse

Difficilmente di questi tempi il cinema riesce a sfornare dei film che riescano a descrivere per immagini i luoghi più remoti della mente umana e come la loro complessità possa condizionare la realtà circostante del pubblico, una volta uscito dalla sala. Andando indietro nel tempo, i registi che sono stati in grado di operazioni simili si possono contare sulle dita di una mano, partendo da Luis Buñuel, passando per Hitchcock, fino ad arrivare a David Lynch; registi che sono stati capaci di impressionare indelebilmente nella mente dello spettatore immagini iconiche che, oggi, al cinema vengono utilizzate come punto di riferimento e ispirazione, nonché oggetto di studio nelle università. Robert Eggers, già regista di “The Witch” nel 2015, il film che ha coronato Anya Taylor-Joy come nuova star di Hollywood, ci propone una pellicola dalle tinte torbide e che, ancora una volta, tenta di svelare le più recondite paure dell’essere umano.

The Lighthouse, scritto e diretto da Robert Eggers (2019)

“The Lighthouse” si presenta, in realtà, con una storia inizialmente molto semplice: un boscaiolo, Ephraim Winslow (un Robert Pattinson ormai cinematograficamente maturo), viene portato su un’isoletta sperduta per lavorare come guardiano di un faro insieme a Thomas Wake (Willem Dafoe), ormai un veterano del mestiere. Nella sicurezza che il ragazzo dovrà stare in quel posto dimenticato da Dio solo per qualche settimana, la routine dei due si divide tra i lavori di manutenzione del faro e le bevute serali, all’insegna di volgari canti marinareschi. Se dapprincipio il loro rapporto tenta di prendere la via della complicità, man mano diventerà sempre più conflittuale. E, come spesso accade in questo genere di storie, c’è sempre un mistero nascosto da qualche parte, pronto a spuntare fuori nel momento meno opportuno e i gesti di Thomas Wake non aiutano Winslow a stare tranquillo. A peggiorare la situazione sarà un unico simbolico gesto estremo, insieme al ritrovamento di un feticcio rappresentante una sirena. Nonostante questi due elementi siano destinati a sconvolgere completamente l’equilibrio già precario tra i due uomini, l’unico a subirne realmente le conseguenze sembra essere solo Winslow, vittima di continue visioni, a discapito di un Thomas Wake che, invece, si rivela man mano per ciò che è davvero.

Girato in 4:3, totalmente in bianco e nero, “The Lighthouse” mette in campo tutti gli elementi necessari per rappresentare una delle situazioni più estreme in cui può trovarsi un essere umano: l’isolamento dalla società per un tempo più o meno prolungato, in balia di un luogo che diventa giorno dopo giorno sempre più misteriosamente pericoloso e che non si sforza nemmeno di celare il segreto che esso contiene. Le superstizioni tipiche dell’ambiente marinaresco saltano fuori come se fossero gli elementi di arredo naturali del luogo e senza le quali non sarebbe possibile assistere all’evoluzione (o all’involuzione, se vogliamo) dei due personaggi all’interno della storia.

Il vortice di follia in cui il film trascina spettatori e protagonisti, con una colonna sonora invasa dal rumore di una costante campanella e altre aritmie, si manifesta nell’espressione più primordiale degli istinti che contraddistinguono gli esseri umani dagli animali: violenza, lascività, omicidio, ira, sfiducia, rassegnazione, una visione violenta della sessualità. Un susseguirsi di immagini orrorifiche, grottesche e in certi momenti quasi pornografiche, con una tendenza a concentrarsi su dettagli disturbanti che lasciano lo spettatore sorpreso e interdetto al punto tale che egli vorrebbe forse smettere di guardare, ma non riesce a distogliere lo sguardo. Robert Eggers riesce a creare dei momenti che potremmo definire senza problemi sublimi, giustificando in qualche modo il senso di colpa che potremmo provare nell’accorgerci che non solo non possiamo distogliere lo sguardo, ma forse non vogliamo. Ed è qui che il regista riesce nell’intento di tenere incollato alla sedia il pubblico, disturbandolo nel profondo. Sorge spontaneo chiedersi come sia possibile essere attratti da certe immagini. Questo avviene soprattutto durante il terzo atto, nel momento in cui le visioni di Winslow prendono finalmente corpo, rivelandosi per ciò che sono: incarnazioni di esseri malefici e deformi, dallo sguardo impossibile da sostenere, quasi che fossero delle divinità imperscrutabili. E lo stesso faro, poi, rivelando la propria natura, sembra assumere l’identità di un’antica creatura divina, intelligibile. Un essere supremo e letteralmente imperscrutabile.

Per quanto riguarda l’aspetto più psicologico del film, Robert Eggers mescola i miti greci di Prometeo e Proteo, due figure completamente opposte tra loro, al folklore marinaresco con la costante presenza dei gabbiani che nel mondo dei marinai rappresentano gli uccelli che accompagnano le anime dei defunti nell’Aldilà. Andando man mano più in superficie, quindi all’aspetto più fotografico della pellicola, ritroviamo l’immagine tipica della sirena come ci è stata tramandata dai miti come quello di Ulisse o i cartoni, per fornirci una lettura immediata della situazione; tuttavia, il disvelamento del suo volto rimanda immediatamente al ritrovamento di Laura Palmer, la ragazza attorno al quale omicidio ruotano le vicende di “Twin Peaks”. Mentre alcune visioni e le fattezze fisiche degli orrori che si palesano sull’isoletta ci trascinano con forza a più lovecraftiane entità. Ma Robert Eggers ci parla anche di arte: come in “The Witch”, in cui veniva rappresentato “Le Streghe al Sabba” di Goya, anche qui abbiamo riproduzioni di quadri di svariati artisti. Il riferimento più importante, e forse anche il più imponente dell’intera pellicola, è quello che ha ispirato la scena madre di tutta la pellicola: “Hypnosis” di Sasha Schneider.

Ci sarebbe ancora molto altro da dire su “The Lighthouse”, ma vogliamo fermarci qui senza svelare altro lasciando a voi la scoperta di un finale altrettanto misterioso. Vogliamo concludere con un appunto: prima citavamo Lovecraft. Ebbene: se oggi lo scrittore che ha dato forma al mito di Cthulhu fosse vivo e si fosse dato al cinema, con molta probabilità questo film avrebbe portato la sua firma.

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Il nostro giudizio

Antonio Messina

È nato a Catania il 2 gennaio del 1993. Ha frequentato il Liceo Scientifico “Leonardo” di Giarre. Dopo il diploma segue due anni di Lingue e Culture Europee e Orientali a Catania, ma lascia per dedicarsi completamente alla stesura del suo primo romanzo, Le Ere dell’Eden – Genesi, una rilettura in chiave sci-fi delle origini di Dio, pubblicato, poi, nel 2015 per la casa editrice Carthago.

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