16 Maggio 2022

Un monumento d’inchiostro. “Ultimo parallelo” di Filippo Tuena

L’atto di libertà – volare – si era trasformato in un gesto di morte, di estrema vanità dell’essere.

Ultimo parallelo, p. 127

Tra il 1911 e il 1912 si compie una delle spedizioni più catastrofiche della conquista dei Poli. Del Polo Sud, nello specifico, ovvero di una delle ultime mete della superficie terrestre raggiunte dall’uomo. Poi, sarà la volta dello spazio. Perché è nella natura umana non fermarsi. È nella natura umana spingersi sempre oltre, esplorare, conquistare, colonizzare nuove terre, raggiungere nuove mete. Non solo per mera brama di possesso, che pure c’è, ma per quel sapore di inatteso, di nuovo, di curiosità, di semplice desiderio di allargare gli orizzonti, propri e dell’umanità. E di avventura, di rischio. Un rischio che può facilmente diventare mortale, ma che sprigiona una vitalità che travalica la paura della morte. Questo è forse ciò che ci contraddistingue dagli animali: andare incontro al pericolo, sfiorare la morte, per giungere alla conoscenza, disubbidendo al primordiale istinto di sopravvivenza. Nella spedizione inglese del South Party del 1911 ci sono entrambi: il desiderio di conoscenza, di vedere il punto estremo del mondo, e quello, imperioso e prepotente, di piantare lì, sul 90° parallelo, la bandiera inglese, la bandiera della conquista. Filippo Tuena ci racconta questa storia, questo viaggio terribile e fatale nel luogo più inospitale del pianeta Terra, basandosi proprio sui diari di viaggio, sugli appunti dettagliati rinvenuti dalle squadre di soccorso che hanno ritrovato i resti del capitano Scott, del dottor Wilson e del tenente Bowers e che inutilmente hanno cercato quelli del capitano Oates e del marinaio Evans.

Sbarcati il 4 gennaio 1911 sulla costa del Mare di Ross, l’equipe si è stabilita nel campo base di Capo Evans. Da qui, il primo novembre successivo, è partita la spedizione verso il Polo, guidata dal capitano di marina Robert Falcon Scott e comprendente circa una quindicina di uomini, tra cui due medici, alcuni graduati della marina britannica e un paio di fotografi. Per la maggior parte erano marinai esperti, uomini che avevano alle spalle anni di esperienza, che avevano già affrontato situazioni di gravi difficoltà in mare e non solo. Con essi partivano anche una decina di pony e di cani da slitta, i primi destinati a diventare cibo per gli uomini durante il viaggio, i secondi come supporto alla spedizione. Iniziò così l’impresa, tra la preoccupazione di essere preceduti dai norvegesi che avevano incontrato sul posto e l’entusiasmo di compiere una grande impresa, tra le esplorazioni di avanscoperta e una partita a pallone sulla neve. Un viaggio, tuttavia, che sarà destinato a diventare una corsa incontro alla morte per il capitano Scott e per la sua squadra. Una fine che giungerà lenta e inesorabile, che corroderà quei cinque uomini nel corpo come nell’anima, attraverso quei territori deserti e desolati, nel tentativo di una conquista tanto lontana quanto impossibile e vana, perché «le terre deserte non appartengono a nessuno […]» (Ultimo parallelo, p. 23) e a nessuno devono appartenere.

La narrazione di Tuena, tuttavia, non è solo la narrazione di un’impresa, di una corsa alla conquista del Polo e di una sconfitta, ma è il racconto degli uomini che l’hanno attuata, che si sono spinti oltre il limite consentito dal loro corpo, dall’umano essere, e del loro coraggio e della loro determinazione, che «si sono infranti contro i frammenti fluttuanti della barriera ghiacciata, contro la distesa di mare solidificato che difende l’Antartide, perché non c’è coraggio che tenga, non c’è spirito d’avventura che possa vincere quel baluardo di ghiaccio e di freddo» (Ultimo parallelo, p. 22). Per arrivare a ciò, lo scrittore non si è limitato solo a ricostruire la vicenda sulla base dei diari tenuti dagli stessi esploratori, ritrovati accanto ai loro corpi, e delle testimonianze rilasciate dagli uomini che hanno rinvenuto la tragedia e che facevano parte della spedizione, ma ha anche raccolto le fotografie scattate durante il viaggio, che sono riprodotte nel libro e  costituiscono uno degli elementi che maggiormente colpisce il lettore. Esse si pongono, infatti, come una testimonianza di verità, come una documentazione storica visibile dei fatti (e degli uomini) che Tuena puntualmente descrive, commentando le immagini, le pose, il paesaggio, gli elementi e gli oggetti che hanno composto, la quotidianità degli esploratori in quei mesi di inferno gelato. Immagini che, come lo scrittore non manca di rilevare puntualmente, danno prova di tutta la loro fragilità e del loro eroismo insieme:

[…] a volte gli esploratori apparivano simili ai lotofagi, mangiatori del fiore dell’oblio gettati nel più profondo dell’altro emisfero, viaggiatori vinti dalla malinconia che per non rimanere risucchiati dal più struggente ricordo masticavano compresse che facevano dimenticare il tiepido sole di casa, il sorriso di un volto amato, la paura d’aver preso una decisione sbagliata e ormai quasi impossibile da mantenere.

Ultimo parallelo, p. 44

Durante un viaggio come questo la lotta non è solo contro l’ambiente circostante, inclemente e implacabile, ostile come pochi altri all’essere umano, non è solo contro il tempo, nel tentativo di arrivare primi alla meta, ma è prima di tutto contro sé stessi. Scott e i suoi uomini lottano contro il proprio corpo, che pian piano inizia a disgregarsi, a corrodersi e poi a marcire a causa del freddo e dell’umido, ma anche contro la loro stessa volontà, il loro morale, il desiderio di tornare a casa, di rivedere la moglie, i figli, i propri cari, e la consapevolezza sempre più forte e pressante che un ritorno, in realtà, non ci sarà, non potrà esserci; che si sono spinti troppo oltre, che hanno varcato le Colonne d’Ercole del limite umano. È iconico e significativo che questi uomini, nel romanzo di Tuena ma anche, a conti fatti, nella realtà che hanno vissuto, si sono difesi da ciò che stavano vivendo con l’unica arma che l’uomo conosce per difendersi da sé stesso e dalle contingenze che quotidianamente vive: la poesia.

Avevano paura di quelle imprevedibili intrusioni del passato e per questo ripetevano i brani dei poemi che avevano letto durante i giorni del blizzard anche se la loro memoria era debole e quasi mai riuscivano a completare quella recita silenziosa senza errori. D’improvviso un verso mancante poteva sempre cancellare l’intera poesia e trasformare quel paesaggio mentale anch’esso in un deserto senza fine.

Ultimo parallelo, p. 119

La poesia è resistenza, quindi. La poesia è speranza. La poesia è linfa per il proprio mondo interiore, sembra ricordarci continuamente Tuena, indugiando sui versi di Dante, di Browning, di Tennyson. Ma anche la poesia ben presto diventa un rischio, un dolore, un pericolo per degli uomini che arrancano per giorni in uno spazio sconfinato, uniformemente bianco, uniformemente ghiacciato. Uno dei paragrafi più commoventi del romanzo, che nella sua brevità e verticalità si staglia nero di parole sulla pagina bianca come gli uomini del Pole Party si stagliano nel bianco della neve del Polo, recita:

«Che cosa leggi»
«Browning.»
«E che cosa di Browning?»
«Questo: Oh, to be in England. Now that April’s there /And whoever wakes in England / Sees, some morning, unaware…»
«Fermati.»
«Perché?»
«Perché non dovresti leggere queste parole, qui, ora. Sono pericolose più di un crepaccio.»

(Ultimo parallelo, p. 23)

E poesia sembra voler creare Tuena con il suo racconto, alternando nell’arco dei cinque capitoli complessivi, che identificano con il titolo il luogo esatto e le date dello svolgimento dei fatti narrati, la prosa a piena pagina con una prosa verticalizzata, quasi in versi. È come se nelle descrizioni degli oggetti e dell’allestimento delle provviste, nel riportare le lettere degli esploratori alle famiglie o nel suo dialogo immaginario con Atkinson, il chirurgo che ha ritrovato i diari di Scott, Wilson e Bowers e che per primo li ha letti, egli voglia ricreare,  evidenziare la liricità; la poesia del dolore, sì, ma anche la poesia degli eroi, un’Odissea nel ghiaccio di cui lui è l’aedo.

A partire dalla narrazione si sviluppa anche un altro degli aspetti che rilevano il genio di Tuena: il punto di vista del narratore. Pare che i viaggiatori e i pellegrini, viaggiando in terre desolate, accusino spesso un’allucinazione, una variante della Fata Morgana, per cui si ha la sensazione che nella compagnia vi sia un uomo in più. Anche molti degli esploratori del Southern Party sono rimasti vittime di questo fenomeno. Ed è proprio questo il “personaggio” che Tuena, ispirandosi dichiaratamente a Eliot, sceglie come narratore: l’uomo in più, l’uomo fantasma, inesistente, l’uomo immaginato che accompagna la spedizione del capitano Scott fino al 90° parallelo sud:

Who is the third who walks always beside you?
When I count, there are only you and I together
But when I look ahead up the white road
There is always another one walking beside you
Gliding wrapt in a brown mantle, hooded
I do not know whether a man or a woman
— But who is that on the other side of you?

Ultimo paralello, pp. 11-12

La scrittura di Tuena si plasma su questa immagine, su questo narratore invisibile, e diventa ineffabile ed eterea come l’uomo in più che accompagna gli esploratori. A questo si deve, infatti, la scelta dello scarso utilizzo della punteggiatura, di lasciare indefinite e imprendibili le descrizioni del paesaggio e dell’ambiente, mentre invece reali e tangibili sono quelle degli uomini e degli animali, degli oggetti che li accompagnano e dei particolari più macabri della loro lenta e inesorabile fine. Tuttavia, non è solo sulla condizione di ineffabilità della natura del narratore che si basa l’effetto mimetico della scrittura di Tuena, ma anche sul paesaggio stesso che caratterizza il Polo Sud. La narrazione, che descrive un luogo interamente bianco, avvolto dalla neve e dal vento freddo oppure dalla luce accecante, dove gli esploratori si orientano a fatica, perché a fatica i loro occhi vedono la strada, si svolge cioè per mezzo di una prosa in cui il lettore non ha punti di riferimento, di appiglio, in cui quasi tutto è indefinito e uniforme, e il lettore fatica a “vedere” esattamente come faticano gli esploratori.

Sta qui la maestria e il genio artistico dello scrittore: nel rendere poetica la narrazione di un’avventura e di una tragedia con una scrittura densa e ineffabile insieme, lirica e mimetica insieme. Filippo Tuena è riuscito a erigere al capitano Scott, al dottor Wilson, a Bower, Evans e Oates l’unico monumento immortale che l’uomo conosce, dipingendo sulle pagine una tela che utilizza solo il bianco e il nero, i soli colori del Polo Sud.   

© Riproduzione riservata.

Il nostro giudizio

Giada Di Pino

Nata a Catania il 14 novembre del 1993 si è diplomata nel 2012 al Liceo Classico Michele Amari di Giarre. Si è poi iscritta al corso di laurea triennale in Lettere Moderne all’Università di Catania.

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