3 Agosto 2022

“Malina” di Ingeborg Bachmann

Non molti autori germanofoni della seconda metà del Novecento godono di grande fama in Italia, ma molti degli intellettuali tedeschi e austriaci di quel tempo furono uniti da un nobile obiettivo comune che andrebbe quanto meno riconosciuto: quello di restaurare la cultura e l’identità tedesca dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale. È questo il caso del gruppo ‘47, giovane gruppo di letterati di cui anche la scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann faceva parte. Tutta la produzione artistica di Bachmann fu in gran parte segnata dalle esperienze vissute durante la guerra: un’intera giovinezza marcata dagli orrori del totalitarismo nazista e dall’occupazione dell’Austria da parte delle truppe tedesche. Suo padre era un membro del partito nazista, fatto che, tra gli altri, incoraggiò la donna ad allontanarsi definitivamente dalla sua famiglia e dal suo paese nel 1953. Ingeborg Bachmann pubblicò diverse raccolte di racconti e di poesie politicamente impegnate, che ricevettero commenti entusiastici dalla critica, vincendo anche diversi premi. Quando però nel 1971 pubblicò il suo primo romanzo, Malina, la critica rimase piuttosto disorientata. Si tratta, infatti, di un romanzo psicoanalitico, concepito come il primo di una trilogia chiamata Todesarten, letteralmente “Tipi di morte”, rimasta incompiuta a causa della morte precoce dell’autrice, avvenuta durante un incendio provocato dalla cenere di una delle sue sigarette.

Apprezzare davvero Malina richiede l’abbandonarsi alla prosa cupa e pesante di Bachmann, che si insinua nella realtà tangibile e ne confonde i contorni. Nonostante uno stile denso e a volte farraginoso, la struttura del romanzo in sé è piuttosto ordinata: la storia si divide in tre capitoli distinti, che non rispettano però un ordine strettamente cronologico. Nel primo capitolo una donna sulla quarantina, denominata semplicemente come “Io”, vive in un tempo definito solamente come “oggi”. Il fulcro della narrazione è la storia d’amore tra la narratrice e il suo giovane amante ungherese, Ivan. Fisicamente fragile e sempre in preda a crisi emotive, la protagonista brama l’affetto e le attenzioni di Ivan più di ogni altra cosa. La donna è completamente annichilita da una passione che annienta qualunque suo altro scopo di vita. I due portano avanti una frequentazione vuota e bizzarra, fatta di lunghe telefonate in cui non si dicono nulla e appuntamenti che si trascinano senza che accada nulla. Una seconda figura è onnipresente nella vita quotidiana della donna: si tratta di Malina, l’uomo con cui convive.  I rapporti tra i due non sono chiari, benché sembrino indissolubilmente legati. A differenza  della narratrice, emotiva e nervosa, l’uomo mostra di essere sempre pragmatico e razionale. C’è tuttavia qualcosa di strano nella presenza e non-presenza di Malina: Ivan non è a conoscenza dell’esistenza di quest’altro uomo, nonostante frequenti la casa dell’amante con periodicità, e quando Ivan è presente Malina inspiegabilmente scompare.

La seconda parte del libro è caratterizzata da una successione di incubi deliranti nella quale una figura che l’Io definisce “suo padre” si macchia di gesti di indicibile violenza, tra cui stupro e omicidio. Le scene hanno lo scopo di giustificare in qualche modo il rapporto malsano della protagonista con il mondo maschile. L’uomo potrebbe dunque rappresentare le violenze subite dal padre biologico, ma in senso  lato sta a indicare tutta la ferocia perpetrata dal genere maschile nei confronti della donna all’interno di una società sempre più maschilista, soprattutto nel contesto dell’affermarsi dell’ideologia fascista e nazista. Gli incubi sono intervallati da dialoghi con Malina che le spiega che non c’è salvezza alcuna, in quanto la guerra continua a perpetuarsi nella mente stessa della donna.

Nella parte conclusiva, Malina e la protagonista si confrontano e si affrontano in una tensione crescente in cui l’uomo sembra sempre essere un passo avanti. Le sue idee si fanno più ingombranti e intimidatorie, è l’Io maschile che cerca di farsi spazio, ingigantirsi e prendere il sopravvento in favore della distruzione dell’Io femminile primario.Il fulcro della rappresentazione è dunque la prospettiva dell’ego femminile che cerca di venire a patti con il sé. Perdita d’identità, alienazione e abnegazione sono gli elementi a cui la protagonista dovrà andare incontro. Per quanto la narratrice sembri alla fine soccombere alla volontà maschile – quasi come fosse stato ineluttabile – la scrittura resta il modo migliore per attaccarsi al mondo, sebbene il linguaggio possa essere a volte sfuggente e inefficace. Impotente di fronte a Ivan e Malina, due archetipi del genere maschile, la protagonista lotta per ritagliarsi un suo spazio grazie al linguaggio, potere che tenta di affermarsi attraverso la scrittura. I suoi incisi ansiosi e inquieti hanno quasi l’aria di scongiuri, di tentativi violenti di imporsi e di affermare se stessa. Bachmann sembra volerci dire che la scrittura resta un modo efficace per cristallizzare il mondo e l’identità, per conferire al corpo e ai pensieri transitori il peso della persistenza.

© Riproduzione riservata.

Il nostro giudizio

Sofia Sercia

Nata a Milano il 14 giugno 1998. Dopo aver frequentato il liceo linguistico Alessandro Manzoni, si laurea in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università Statale di Milano. Nel 2022 ha conseguito un master in editoria presso la Villaggio Maori Edizioni. Attualmente collabora con San Paolo Edizioni alla redazione di testi per la rivista PagineAperte.

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