6 Luglio 2022

“Memorie del sottosuolo” di Fëdor Dostoevskij

Il nostro proprio volere, spontaneo e libero, il nostro proprio capriccio, anche se stravagantissimo, la nostra fantasia, irritata a volte magari fino alla pazzia, tutto ciò è appunto quello stesso vantaggiosissimo vantaggio tralasciato, che non rientra in nessuna classificazione e a causa del quale tutti i sistemi e le teorie se ne vanno continuamente al diavolo. E donde hanno desunto tutti questi saggi che all’uomo occorra un volere normale, virtuoso? Come mai hanno immaginato proprio che all’uomo occorra un volere che sia proprio saggio e vantaggioso? All’uomo non occorre altro che un volere indipendente, qualunque cosa costi questa indipendenza e a qualunque cosa conduca.

Cos’è un uomo? È l’insieme dei suoi ideali, delle sue aspirazioni e dei suoi sforzi? O è la somma delle sue paranoie, delle sue sconcezze e perversioni, delle sue contraddizioni? Forse è entrambe le cose. Forse, è il risultato di entrambe le cose. Considerato uno dei primi romanzi esistenzialisti della storia letteraria e precursore delle indagini sulla complessità psicologica di Freud, Memorie del sottosuolo – pubblicato in Italia anche come Memorie dal sottosuolo e Ricordi dal sottosuolo – si presenta come un diario atipico, un impetuoso fiume in piena che nulla risparmia, di un narratore senza nome, un ex funzionario ministeriale che vive in una San Pietroburgo del XIX secolo. Dal suo bugigattolo, sordido come la sua esistenza, ci regala le sue riflessioni sulla vita e sull’umanità, riflessioni che nascono dall’amarezza e dalla disperazione nei confronti di se stesso e della limitata e limitante società ottocentesca, nonché da un curioso amalgama di vanità e disprezzo di sé. Il racconto è diviso in due parti, ciascuna funzionale all’autoanalisi che il narratore si propone di fare. Nella prima, “Il sottosuolo”, il narratore delinea la sua filosofia – il suo ground zero –, un rifiuto nichilista della civiltà e del conformismo del XIX secolo, che è soprattutto rifiuto della ragione e volontà di riaffermazione del proprio libero arbitrio. Nella seconda, “A proposito della neve bagnata”, mostra quanto in basso – nel fango, traslato nel racconto dalla neve – possa spingersi l’essere umano nel tentativo di un’affermazione distorta e inappagata di sé, e quanto questo spingersi in basso, masochisticamente piacevole in quanto libero, per effetto valanga trascini chiunque gli graviti attorno. Ma non si nasconde, il nostro Underground Man: analizza se stesso, le cause del suo agire, il bisogno di umiliarsi, la rancorosa smania di emergere attraverso l’intelletto e il rifiuto di rispondere ai dettami di una società preordinata, che imbriglia tutti in una mediocrità patologica e ostracizza ciò che non ritiene virtuoso. È, quello del protagonista, il confino in un mondo in cui le convenienze sociali non esistono, un mondo in cui le maschere cadono e l’essere umano è nudo e informe, in cui le leggi di natura soccombono al cospetto della volontà individuale, per cui 2×2 non dà come risultato 4, ma 5. È l’apologia del dissenso e l’affermazione dell’individualismo come principio fondante dell’esistenza umana.

Memorie del sottosuolo non è un semplice monologo sulla miseria umana: è uno specchio in cui possiamo rifletterci e, finalmente, vederci. La commistione di cinismo e lirismo ci restituisce il ritratto impietoso di un uomo – che è ogni uomo, ogni essere umano –, di un’anima del sottosuolo, un sottosuolo esistenziale e psichico che ci repelle ma ci appartiene. È lo scandaglio dell’animo umano nella sua forma più greve. Il protagonista è un anti-eroe, abietto, ridicolo, autodistruttivo. Un insignificante uomo di mezza età che si nutre di caos e disperazione, che vive attraverso i libri, votandosi a un’esistenza miserabile. Eternamente fuori posto, schiacciato e ridicolizzato da una società meschina; un uomo solitario che ricorda altrettanti uomini vecchi, amareggiati e cupi che ci circondano. Un anti-eroe che sceglie l’abiezione, lo svantaggio e la distruzione in nome di un’infelicità deliberata e cosciente che è per lui libertà, ribellione e rifiuto di uniformarsi alla mediocrità soddisfatta dell’esistenza e a una società spregevole.

Dostoevskij ci ricorda, insomma, in quello che è di fatto il libro che preannuncia i suoi capolavori successivi e che ne introduce temi e riflessioni, che «in un mondo che ci obbliga all’eccellenza, fare schifo è un gesto rivoluzionario».

© Riproduzione riservata.

Il nostro giudizio

Valentina Savasta

Nata a Catania il 6 aprile 1994, si è diplomata nel 2012 presso il Liceo Linguistico G. Lombardo Radice, dove la ricordano ancora come la paladina delle cause perse. Dopo parecchi anni sabbatici di lavoro e autoanalisi, ha finalmente deciso di seguire la sua passione iscrivendosi al corso di laurea triennale in Lettere Moderne all’Università di Catania, dove si è laureata nel giugno 2021.

Leggi di più


Altre recensioni:

Visual Portfolio, Posts & Image Gallery for WordPress