14 Maggio 2022

CODA – I segni del cuore

La stravagante famiglia Rossi, composta da Ruby (Emilia Jones), Frank (Troy Kotsur), Jackie (Marlee Matlin) e Leo (Daniel Durant), vive in una piccola cittadina del Massachussetts e si occupa di vendere pesce. La particolarità di questa famiglia è che tutti i suoi componenti, eccetto Ruby, sono sordomuti. E questo impedisce alla ragazza di avere una vita del tutto normale all’interno della comunità: a scuola è vista come un’emarginata e deve passare la maggior parte del tempo con la madre e il padre, soprattutto durante le battute di pesca, per fare da interprete e far sì che gli altri possano comunicare con loro. Il peso delle aspettative, nei confronti di Ruby, diventa sempre più pressante quando la ragazza scopre di voler seguire la carriera come cantante. Cominciati gli studi con il coro della scuola, per la ragazza si preannuncia la possibilità di affrontare un’audizione che potrebbe portarla direttamente ad una delle più rinomate scuole di musica di Boston, il Berklee College of Music.

CODA – I segni del cuore, regia di Sian Heder (2021)

Un sogno incredibile, per Ruby, che vedrebbe la propria vita realizzata. Un sogno che però, a conti fatti, si rivela essere quasi fin da subito una chimera: una volta andata via lei, chi aiuterà Frank e Leo durante la pesca e la vendita del pesce? Chi farà loro da interprete durante le riunioni con il resto della comunità? Chi si occuperà, insomma, di garantire una vita dignitosa ai suoi genitori? Ed è proprio grazie a quello che sembra un rompicapo impossibile da risolvere, che il film mostra la sua vera essenza e la sua vera anima: per quanto la famiglia di Ruby riesca a regalare allo spettatore dei momenti di pura ilarità, dettati da gesti e modi di fare fin troppo espliciti, capiamo che la risoluzione del problema risiede proprio in questa caratteristica. La famiglia Rossi non si è mai realmente adattata al mondo esterno, forse anche perché è il mondo esterno stesso che non riesce, ancora oggi, ad instaurare un vero e proprio contatto con i sordomuti; questo contribuisce dunque ad aumentare un isolamento già di per sé molto complesso da gestire e, quindi, anche ad amplificare gesti e situazioni grottesche non solo nella vita privata, ma anche in quella pubblica.
Detta così, sulla carta, il perché un film come CODA – I Segni del Cuore abbia potuto aggiudicarsi l’Oscar sembra quasi scontato, eppure le notti di queste premiazioni ci hanno sempre in qualche modo stupito sull’attribuzione di un premio così importante. Negli anni si sono susseguiti i titoli più disparati e le nomination più atipiche – non dimenticheremo mai l’Oscar dato a Di Caprio per The Ravenant, quasi come un contentino, quando avrebbe invece potuto prenderlo anni addietro per ruoli più d’impatto – e quando vinse Roma di Alfonso Cuarón, nel 2018, il dibattito ricadde principalmente sul fatto che fosse un titolo uscito solo ed esclusivamente per la piattaforma Netflix: aveva senso premiare un film mai proiettato in sala, disponibile solo ed esclusivamente online? Nel caso di CODA, parliamo di un remake del precedente La Famiglia Bélier, uscito nel 2014, per la regia di Eric Lartigatu e ci chiediamo se abbia senso premiare un film che di per sé è già stato in qualche modo raccontato.
Chiaramente c’è da considerare tutto l’excursus pandemico di questi anni che ha intaccato le produzioni e le industrie cinematografiche in modi che non possiamo nemmeno immaginare ma, scavando ancora più in profondità, quello che si percepisce è una grande mancanza di idee e capacità di raccontare qualcosa di nuovo. Se guardiamo con attenzione le produzioni degli ultimi dieci anni, ci accorgiamo che sono davvero pochi i prodotti originali usciti in sala e che, per quanto riguarda il resto, abbiamo solo sequel che portano avanti saghe ventennali arrancando palesemente e remake di vecchi capolavori che non necessitavano una rivisitazione. Quindi, cosa succede nella notte più importante per l’industria cinematografica? Cosa viene intaccato, nel momento in cui viene premiato un film già visto, al posto di una storia che forse avrebbe potuto raccontarci qualcosa in più?
CODA – I Segni del Cuore, nonostante si porti addosso questo marchio indelebile, come una maledizione, risulta essere a tutti gli effetti un film capace di toccare le corde dell’anima dello spettatore che, se non è capace di comprendere la situazione in prima persona, può quanto meno tentare di immaginare cosa si provi a non riuscire a percepire il mondo per quello che è realmente e doverlo riformulare secondo un linguaggio che pochi possono comprendere o sono disposti ad imparare. Il disagio di Ruby costretta a prendersi responsabilità che non dovrebbe; l’impertinenza dei suoi genitori e il loro egoismo che viene fuori in un momento di grandissima difficoltà costringendo la ragazza a riconsiderare per l’ennesima volta il proprio percorso; la rabbia del fratello, Leo, che vorrebbe il meglio per lei che è così diversa da loro e merita di meglio che restare relegata in quel buco di paese, rinunciando a tutto per due persone che non hanno mai davvero voluto instaurare un rapporto con la comunità. A conti fatti, non possiamo certo gridare al miracolo: i temi trattati sono l’amore, i rapporti familiari e sociali difficili non solo da instaurare, ma in alcuni momenti anche da solidificare.
Mentre in La Famiglia Bélier abbiamo attori non sordomuti che comunque comunicano tramite la lingua dei segni, il remake di Sian Eder tenta di coinvolgere ancora di più lo spettatore sul piano emozionale, mettendo in scena degli attori che sono realmente sordomuti. Questo, di per sé, vale la visione dell’intero film e ci fa vedere con un occhio diverso la nomination: immaginate anche solo l’impegno mastodontico richiesto sul set, in presenza di persone che non hanno problemi di udito, per comunicare con gli altri tre attori protagonisti. Per il cast, per il regista e tutta la troupe presente durante le riprese, all’interno della quale la maggior parte dei componenti non conoscono la Lingua dei Segni.
Significa molto, per la comunità sordomuta, essere rappresentata attraverso persone realmente disabili che possono comunque condurre una vita normale come tutti quanti, nella società. Non sentirsi emarginati o esclusi, non essere visti semplicemente come una minoranza. E per questo, allora, CODA – I Segni del Cuore merita un premio per essere riuscito, con una storia apparentemente semplice, a dare una nuova visione di un mondo che ancora oggi, soprattutto in Italia, sembra non ricevere un adeguato supporto.

© Riproduzione riservata.

Il nostro giudizio

Antonio Messina

È nato a Catania il 2 gennaio del 1993. Ha frequentato il Liceo Scientifico “Leonardo” di Giarre. Dopo il diploma segue due anni di Lingue e Culture Europee e Orientali a Catania, ma lascia per dedicarsi completamente alla stesura del suo primo romanzo, Le Ere dell’Eden – Genesi, una rilettura in chiave sci-fi delle origini di Dio, pubblicato, poi, nel 2015 per la casa editrice Carthago.

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