5 Maggio 2021

«Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza»

La grandezza storica di Napoleone è assolutamente indiscutibile. Il suo genio politico e militare è testimoniato dalle imprese che compì in campi di battaglia come Austerlitz e dalla sua ferrea volontà politica, che portò il popolo francese, appena uscito dalla Rivoluzione francese, ad amarlo. Ai grandi estimatori si accostano i detrattori che hanno visto nel personaggio napoleonico un novello tiranno; a questi possiamo ascrivere il grande Lev Tolstoj che, nel suo “Guerra e Pace”, crea per la prima volta il personaggio letterario di Napoleone. Un Napoleone che interviene nel tessuto narrativo e che è dipinto sotto le oscure luci di colui che invade la Russia e distrugge Mosca, definito dallo scrittore russo un uomo al quale il vento della fortuna soffiò in favore ma al quale non va riconosciuto alcun merito. La visione di Tolstoj è chiaramente di parte, poiché la sua terra era messa sotto scacco dall’imperatore francese che appariva sotto le buie vesti del despota.

Nella schiera dei personaggi letterari troviamo invece una fila di sostenitori che inneggiano a Napoleone come “liberatore”; pensiamo a Fabrizio del Dongo, protagonista de “La certosa di Parma” di Stendhal, che cerca in tutti i modi di incontrare quel sovrano francese che avrebbe liberato dalla tirannia austriaca il Nord Italia. Eppure, proprio la strategia messa in atto per il lombardo-veneto sarà anche causa di delusione per moltissimi patrioti letterari; su tutti spicca lo Jacopo Ortis di Foscolo, che nel trattato di Campoformio vide “il sacrificio della patria” a vantaggio di un autocrate che si era presentato da liberatore ma che nel 1798 aveva mostrato il suo vero volto. Come nella realtà, così anche nella letteratura si celebra il mito napoleonico con tutte le sue contraddizioni e punti di vista che cambiano radicalmente da un autore all’altro. Come sempre nella storia (ma anche e soprattutto nella finzione letteraria) è difficile carpire la verità. Di questo, il celebratore per antonomasia di Napoleone, Alessandro Manzoni, ne era ben consapevole. Nel suo “5 maggio”, l’autore milanese cede il giudizio su Napoleone ai posteri, a noi che a distanza possiamo osservare quel fenomeno politico, storico e culturale che fu Napoleone. Eppure, ancora oggi, come dimostrano i contrasti in Francia per la celebrazione del 200esimo anniversario della sua morte, ci sono diverse scuole di pensiero e una verità assoluta non esiste forse proprio perché, come tutti i grandi uomini della storia, Napoleone visse al massimo, travolgendo tutto e tutti con il suo genio, consegnandosi all’immortalità ed ergendosi a “uomo fatale” che certamente ha segnato un’epoca e gran parte della sua letteratura.

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Francesco Carbonaro


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