25 Marzo 2021

#Dantedì. Espressioni dantesche che (forse) utilizzi

In occasione del Dantedì ecco alcune espressioni dantesche che (forse) utilizzi senza sapere che arrivano proprio dalla Divina Commedia.

«Galeotto fu…»: Dal famoso canto di Paolo e Francesca (Inferno, V, 136). Si utilizza ancora oggi per indicare un intermediario amoroso. Nel caso di Dante, quest’ultimo era un libro.

«Il gran rifiuto»: Il Poeta faceva riferimento all’abdicazione di Celestino V (Inferno, III, 60), ma l’espressione si utilizza tuttora nei casi in cui qualcuno dà forfait.

«Il Bel Paese»: Deriva Da Inferno, XXXIII, 80: Dante maledice Pisa per la sorte riservata al Conte Ugolino, e per questo invoca le isole di Capraia e Gorgona, chiedendo di spostarsi verso la costa, chiudere l’Arno e annegare tutti gli abitanti della città. Un sinonimo dal suono poetico per indicare l’Italia.

“Senza infamia e senza lode”: Da (Inferno, III, 36) oggi usata per indicare la dicitura bravo, ma non bravissimo. Per Dante era grave, perché associava gli ignavi, coloro che avevano vissuto la loro vita senza peccati gravi ma anche senza schierarsi dalla parte della fede.

«Stai fresco»: (Inferno, XXXIII, 117) Più o meno viene usata per dire: “Allora finisce male”. E con questo significato non poteva che provenire dalla parte più profonda dell’Inferno, il lago di Cocito, la peggiore. Lì “i peccatori stanno freschi” perché immersi del tutto o quasi (a seconda della gravità del peccato) nel ghiaccio.

«…Non ragioniam di loro, ma guarda e passa»: (Inferno. III, 51). Altra espressione idiomatica: gli ignavi proprio non gli piacevano. Guarda, e passa. Una riga e li lasciamo da parte anche noi, diventato un modo di dire comune, (“non ti curar di loro”, “non parliamo di loro”).

«Fa tremar le vene e i polsi»: (Inferno, I, 90). Si usa per indicare qualcosa di molto spaventoso, spesso riferito a compiti molto gravosi e difficili. Dante, dopo aver ritrovato la strada fuori dalla “selva oscura”, incontra nuovi ostacoli. Tre bestie feroci gli si parano davanti impedendogli il cammino, in particolare una lupa, molto pericolosa, che lo spaventa a morte.

«Non mi tange»: Non mi importa, non mi interessa. Si usa in frasi scherzose. Come al solito, in origine, di scherzoso non c’era niente: “Io son fatta da Dio, sua mercé, tale / che la vostra miseria non mi tange” (Inferno, II, 92): è Beatrice che parla. Il male non la tocca, o meglio, non la “tange”.

“Quisquilia”: Altro termine latino, traducibile con “pagliuzza”, quindi, metaforicamente, con il significato di “bazzecola, inezia, piccolezza”; Sebbene l’uso sia attestato già nel 1321, è ancora una volta Dante a diffonderne il significato moderno nel XXVI canto del Paradiso. Nei versi 76-77. Il termine, in senso traslato, assume qui il significato di “impurità”: grazie alla funzione salvifica di Beatrice, Dante riacquista così la capacità visiva.

«Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate»: Si tratta dei terribili versi incisi sulla porta dell’inferno (v. 9, canto III), che ammoniscono chi entra a lasciarsi alle spalle ogni speranza di salvezza dall’eterna dannazione.

«Fatti non foste a viver come bruti…»: (vv. 119-120, canto XXVI). Con queste parole il personaggio di Ulisse incita i suoi compagni a seguirlo nella folle impresa di attraversare le colonne d’Ercole (lo stretto di Gibilterra), un tempo ritenute i confini del mondo. Oggi è un’espressione proverbiale, usata per esortare a vivere come uomini e non come bestie, seguendo la virtù e la scienza come grandi ideali.

«Cosa fatta, capo ha»: Proverbio toscano che Dante cita nel canto XXVIII dell’inferno (v. 107). Il poeta riporta la frase attribuita a Mosca dei Lamberti, che pronunciò il celebre motto durante una riunione indetta per uccidere Buondelmonte dei Buondelmonti. La frase risoluta significa che un’azione, quando viene fatta, ha sempre un capo, ovvero un fine, uno scopo preciso, mentre l’indugiare non porta a nulla.

«Il fiero pasto»: Siamo nell’Inferno canto XXXIII: Oggi usata per definire un pasto bestiale, disumano, è quello del conte Ugolino della Gherardesca che rode il teschio dell’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, suo nemico, responsabile di averlo condannato a morte per tradimento.

«E quindi uscimmo a riveder le stelle»: l’espressione che chiude ciascuna delle cantiche della Commedia, viene utilizzata nei momenti in cui si riesce infine a qualche impresa che è costata tanto pensare, o quando si termina una attività lunga e che è costata parecchia fatica (anche in senso ironico, ad esempio, all’uscita di una giornata lavorativa particolarmente pesante).

«Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!»: Perfettamente d’attualità nel nostro paese a più di 700 anni di distanza. Allora come oggi, significa che la situazione politica della Penisola (e dunque anche la sua classe dirigente) è una chiavica.

«L’amor che move il sole e l’altre stelle»: (Paradiso, XXXIII, v. 145) è l’ultimo verso del Paradiso e della Divina Commedia di Dante Alighieri. Con questo verso, Dante racchiude il significato dell’intera opera, di Dio, dell’universo, del fatto che l’amore è il meccanismo del mondo e di tutta la vita. Espressione riferita alla visione dell’Onnipotente, viene oggi utilizzata, anche in senso ironico o sarcastico, per indicare solitamente personaggi di indiscussa influenza (ad esempio viene detto spesso di politici che hanno particolare rilevanza nelle decisioni complessive).

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Elisea Minichello


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